La biopsia prostatica non è un passaggio automatico dopo il riscontro di un PSA elevato: viene presa in considerazione quando esistono elementi concreti di sospetto.
Tra questi rientrano la presenza di lesioni sospette alla risonanza magnetica prostatica, un aumento del PSA significativo e progressivo nel tempo e una densità del PSA elevata, cioè un rapporto alto tra il valore del PSA e il volume della prostata.
Esistono due modalità di esecuzione della biopsia: la biopsia sistematica (o “random”), che campiona in modo standardizzato diverse aree della prostata, e la biopsia mirata, detta anche biopsia fusion, che consente di prelevare campioni direttamente dalle zone sospette individuate alla risonanza magnetica. Nella pratica clinica attuale, queste due strategie vengono spesso combinate, così da analizzare sia le aree sospette alla RM sia il resto della ghiandola prostatica, aumentando l’accuratezza diagnostica e riducendo il rischio di sottostimare la malattia.
La biopsia prostatica è una procedura ambulatoriale, eseguita in anestesia locale, con una durata complessiva di circa 30 minuti. Consiste nel prelievo di piccoli campioni di tessuto prostatico che vengono successivamente analizzati. Nella maggior parte dei casi, il paziente può tornare alle normali attività quotidiane già nelle ore successive, seguendo semplici indicazioni post-procedura fornite dall’urologo.